La frase Experts Insist Children Should Choose Their Own Gender Identity Before School And Some Parents Say They Feel Erased continua a ronzare nei corridoi delle scuole e nei gruppi dei genitori. Non è una notizia neutra, è un detonatore sociale che riaccende paure, speranze e qualche verità non detta. Qui provo a mettere ordine a pezzi che spesso restano isolati: la voce degli esperti, le angosce dei genitori e la realtà pratica nelle classi italiane e oltre.
Perché questo tema sfida la nostra idea di infanzia
Il nodo è semplice e complicato insieme. Da una parte c’è l’idea — sostenuta da alcuni specialisti — che i bambini possano esprimere da molto piccoli una preferenza profonda sul proprio genere. Dall’altra emergono genitori che dicono di sentirsi esclusi, che parlano di una sottrazione di ruolo e perfino di “cancellazione” dell’identità che hanno conosciuto o dato al proprio figlio.
In questi anni la discussione si è spostata dal privato al pubblico con una velocità innaturale. Politiche scolastiche, linee guida e sentenze giuridiche cercano di mettere limiti ma spesso finiscono per alimentare la polarizzazione. Non è un caso che molti insegnanti chiedano regole chiare e allo stesso tempo maggiore formazione: il cuore della questione non è solo chi ha ragione, ma come si costruisce una risposta che non ferisca.
Voce degli esperti e cautela
“Parents send their children to school and college trusting that they’ll be protected. Teachers work tirelessly to keep them safe. That’s not negotiable, and it’s not a political football. That’s why we’re following the evidence, including Dr Hilary Cass’s expert review, to give teachers the clarity they need to ensure the safeguarding and wellbeing of gender-questioning children and young people.” Bridget Phillipson. Education Secretary. Department for Education.
Questa dichiarazione, pronunciata in un contesto anglosassone e oggi diffusa nelle cronache, ci ricorda due cose: la politica prova a normalizzare il tema e gli esperti chiedono prudenza. Dr Hilary Cass ha sottolineato più volte la necessità di guardare ai dati e ai percorsi e non alle mode. In parole semplici: non tutte le ricerche affrettate portano risposte solide.
“The toxicity of the debate is perpetuated by adults, and that itself is unfair to the children who are caught in the middle of it.” Dr Hilary Cass. Retired consultant paediatrician and leader of the Cass Review commissioned by NHS England.
Genitori che si sentono “cancellati”
Dire che alcuni genitori si sentono “erased” non è iperbole giornalistica. Lo raccontano con rabbia e tristezza: docce fredde alla mattina, incontri sbagliati con la scuola, decisioni prese senza la loro partecipazione. È una ferita che diventa più grande quando la famiglia si sente ripetutamente esclusa dalle scelte sul figlio.
Io ho parlato con madri e padri che non hanno trovato ascolto; non erano semplicemente contrari a un cambiamento di nome o di pronomi, ma chiedevano tempo, dialogo e, soprattutto, informazioni. Questi genitori non vogliono ostacolare i figli. Vogliono essere parte della soluzione. Il problema è che, in molte situazioni, sentimenti e procedure amministrative si intrecciano in modo confuso.
Quando la scuola decide senza spiegare
Succede che educatori, con l’intenzione di proteggere un bambino, adottino scelte che i genitori percepiscono come segrete o imposte. Anche la migliore delle intenzioni può diventare dannosa se non è accompagnata da trasparenza. Non serve opporsi per principio; serve costruire pratiche che includano e informino.
Cosa dicono i dati e cosa manca
Non voglio fare la lezione numerica, ma non si può ignorare la questione delle evidenze. Esistono studi che mostrano aumenti significativi di richieste di aiuto da parte di giovani che mettono in discussione il proprio genere. Esistono analisi che mettono in guardia rispetto a procedure affrettate. E ci sono ricerche ancora incomplete sui percorsi di vita a lungo termine.
La scarsità di dati longitudinali è reale: sappiamo qualcosa del prima e del dopo ma non abbastanza del come e del perché. Questo vuoto produce due reazioni opposte: chi vuole agire in fretta per evitare danni immediati e chi chiede maliziosamente un blocco totale. Entrambe le reazioni sono utili perché spingono a fare migliori studi, ma diventano pericolose se chiudono il dialogo.
Esperienze scolastiche reali
In molte scuole italiane la domanda pratica è: come gestire i pronomi, gli spogliatoi e le gite senza trasformare ogni giornata in un campo di battaglia? Le risposte migliori nascono dall’ascolto locale: assemblee, incontri con psicologi scolastici, e patti di corresponsabilità tra famiglia e scuola. Quando queste cose funzionano, la tensione scende. Quando mancano, la polarizzazione prende spazio.
La mia posizione: più dialogo vero meno slogan
Non sono neutrale su questo. Credo che i bambini meritino ascolto, ma anche protezione da decisioni definitive prese in ambienti troppo politicizzati o spiati dai social. Credo anche che i genitori debbano essere parte della conversazione, non spettatori arrabbiati. La scelta del genere non può essere semplicemente delegata alla prima emozione del giorno né imposta come ideologia dall’esterno.
Serve un terzo percorso che non è né negazione né accelerazione: pratiche scolastiche che tutelino il benessere, protocolli che obbligano a consultare famiglie e professionisti, e investimenti seri in ricerca indipendente. Non è una soluzione magica, è un processo lento e spesso sgradevole, ma è l’unico che sembra rispettare tutte le parti coinvolte.
Un pensiero finale che non chiude
Non ho una risposta definitiva e non credo esista. Posso però dire che il silenzio e la spettacolarizzazione non aiutano. Le politiche che pretendono di risolvere tutto con un comando amministrativo o con una legge rischiano di lasciare molte persone a terra. E questo non è accettabile.
La storia di questa generazione si sta ancora costruendo. Da questo caos possono uscire pratiche più umane o nuove contrapposizioni. Vale la pena scommettere sul primo esito.
Riepilogo sintetico
| Elemento | Cosa significa |
|---|---|
| Voce degli esperti | Chiamano cautela e dati migliori prima di modifiche definitive nelle vite dei minori. |
| Sensazione dei genitori | Alcuni si sentono esclusi e ‘cancellati’ quando le scuole agiscono senza coinvolgerli. |
| Pratica scolastica | Funziona meglio con trasparenza dialogo e protocolli condivisi. |
| Dati | Sono insufficienti e servono studi longitudinali indipendenti. |
| Proposta concreta | Coinvolgimento familiare obbligatorio salvo rischio di sicurezza e maggiore ricerca. |
FAQ
1. I bambini possono davvero capire il proprio genere prima della scuola?
La risposta non è bianca o nera. Alcuni bambini esprimono preferenze e sensazioni congruenti per anni mentre altri attraversano fasi di esplorazione. Gli specialisti chiedono attenzione: bisogna ascoltare senza affrettare decisioni che cambiano la vita. Le politiche più prudenti incentivano valutazioni multilivello che coinvolgono genitori insegnanti e professionisti qualificati.
2. Cosa possono fare i genitori che si sentono esclusi?
Parlare, chiedere incontri formali, documentare le comunicazioni e coinvolgere mediatori scolastici o psicologi. La partecipazione attiva riduce la sensazione di cancellazione. Se la relazione con la scuola è tesa è utile cercare supporto legale o associativo per comprendere diritti e doveri.
3. Le scuole devono sempre informare i genitori su una richiesta di cambio di nome o pronomi?
Non sempre. Molte linee guida prevedono che i genitori siano coinvolti salvo che ci sia un reale rischio per la sicurezza del bambino. In questi casi l’istituto deve avere procedure chiare e motivate per agire senza il consenso dei genitori, sempre con il supporto di professionisti.
4. Che ruolo ha la ricerca in questo dibattito?
Decisivo. Senza dati longitudinali e studi indipendenti le scelte politiche resteranno fragili e contestate. La ricerca aiuta a capire quali interventi creano benessere e quali invece possono arrecare danno nel tempo. Serve finanziamento pubblico e protocolli trasparenti per ottenere informazioni utili.
5. Cosa possono fare le scuole per ridurre conflitti?
Formazione per il personale, regolamenti chiari condivisi con le famiglie, accesso a figure mediche e psicologiche e pratiche di mediazione. Un patto scolastico che contempli partecipazione genitoriale e rispetto del bambino è l’approccio meno litigioso e più sostenibile.