Perché chiedere Did that make sense è più sicuro e audace di quanto pensi

Nel mio lavoro incontro ogni giorno persone che aggiungono Did that make sense alla fine di una spiegazione come se fosse una rassicurazione preventiva. Io invece penso che quella domanda spesso mandi un segnale nitido e sottovalutato: non insicurezza ma controllo della conversazione. Qui provo a spiegare perché, in modo a tratti scomodo e personale, e perché dovremmo smettere di demonizzarla a priori.

Una domanda che rompe una falsa opposizione

La reazione comune è vedere Did that make sense come un vezzo di insicurezza. Ma proviamo a spostare lo sguardo: la domanda riconosce la possibilità di fraintendimento e la mette al centro. Non è una resa ma una proposta di gioco collettivo. È come se chi parla dicesse esplicitamente Non do per scontato che tu stia pensando come me. Questa apertura, paradossalmente, è un lusso che solo chi è sicuro può concedersi. Chi teme di perdere autorità evita il rischio dell’interazione vera e si rifugia nelle affermazioni lapidarie.

La differenza tra timidezza e strategie comunicative

Chiedere Did that make sense non è una tic verbale neutro. Diventa una tecnica quando chi la usa gestisce i tempi della conversazione: lascia spazio per l’elaborazione, invita un feedback specifico e sposta l’attenzione dal controllo unilaterale al dialogo. Ho visto manager timidi evitare la domanda ed essere percepiti come autoritari e distanti. Ho visto leader farla e ottenere collaborazione più rapida. La differenza non sta nella forma ma nella funzione.

Perché i critici sbagliano quando bollano la frase

Ci sono molte voci che consigliano di cancellare quella frase dal vocabolario professionale. Alcuni esperti sostengono che suoni condiscendente o indecisa. Ma attenzione alle generalizzazioni: spesso quel consiglio nasce dall’esperienza di leader che l’hanno sentita in un contesto paternalistico. Il problema non è la domanda in sé ma la sequenza emotiva che la precede. Se la domanda segue un monologo frettoloso e impositivo, certo suona come un residuo di falsa modestia. Se invece segue un’affermazione sostenuta da dati e tono calmo, diventa un ponte.

“When somebody asks Was that clear or Did that make sense it can sound like they are questioning their own ability to be clear.” Jay Sullivan communications expert and author of Simply Said.

Questa osservazione di Jay Sullivan non nega il valore della domanda. Indica solo che l’intonazione e il contesto la trasformano. La mia opinione è che la responsabilità sta nel modo in cui la si pronuncia: timidamente come una supplica oppure direttamente come un invito al confronto.

Un supporto teorico e pratico

Joseph A. DeVito, Ph.D. studioso della comunicazione, nota che la domanda può sembrare un verdetto finale che chiude la conversazione. Ma proprio per questo motivo diventa potente se usata con consapevolezza: permette di capire se il messaggio è stato interpretato o assimilato. Non è magicamente neutra, è un indicatore. Io aggiungo che la versione efficace è la variante che chiede un elemento concreto di riscontro. Invece di chiuderla con un generico Did that make sense si può chiedere Cosa ti resta di questa idea o Quale parte ti sembra meno chiara.

“As if to say I hope that makes sense to you and that you now finally understand what I am talking about.” Joseph A. DeVito Ph.D author of The Interpersonal Communication Book.

La pratica che ho adottato

Non è teoria sterile. Ho iniziato a usare la domanda deliberatamente in riunioni tese e ho osservato reazioni differenti: occhi che si illuminano, mani che si alzano, persone che correggono malintesi prima che costino tempo e risorse. Un errore comune è usare Did that make sense come riempitivo. Io invece l’ho trasformata in una checkpoint rituale. La mia regola pratica è semplice: pronunciala dopo una pausa di dieci secondi e segui con una richiesta di specificità. Non chiedere se ha senso. Chiedi cosa è rimasto chiaro e cosa no.

Un piccolo esperimento sociale

Prova a usare questa sequenza la prossima volta: parla, fai una pausa, chiedi Did that make sense e subito dopo inviti alla riformulazione. Spesso chi non osa intervenire trova una via più semplice per riformulare a parole proprie quando gli viene esplicitamente richiesto. La domanda così diventa promotrice di partecipazione e non valvola di sfogo per l’oratore.

Perché la domanda esprime fiducia e non debolezza

La fiducia non è l’assenza di dubbi ma la capacità di gestirli pubblicamente. Chiedere Did that make sense è una dichiarazione di disponibilità a essere corretto e a ricalibrare il messaggio. Rende visibile l’abilità di leadership che sa amministrare l’errore e lo trasforma in occasione di apprendimento collettivo. Chi si sottrae a questo rischio spesso protegge autorità ma perde autenticità.

Quando evitare la domanda

Non è un invito totale all’uso indiscriminato. Evitala se la tua posizione richiede decisione immediata senza spazio per discussione oppure se la domanda è percepita come manipolazione retorica. L’uso ideale è situazionale e misura il desiderio reale di dialogo nell’audience.

Conclusione aperta

Non dico che Did that make sense sia la panacea della comunicazione. Dico però che merita una rivalutazione. In troppi contesti la si condanna per pigrizia interpretativa. La trasformi in un atto di potere quando lo fai diventare uno strumento di co-creazione del significato. E questo è ciò che, secondo me, distingue la domanda del debole dalla domanda del sicuro.

Tabella riassuntiva

Idea chiave Implicazione pratica
Did that make sense può essere segnale di controllo Usarla dopo una pausa e chiedere specificità.
Il contesto trasforma la domanda Pronunciarla con tono assertivo evita la condiscendenza.
Invita alla partecipazione Chiedere una riformulazione produce feedback utili.
Non è sempre adatta Evitarla in decisioni che richiedono rapidità assoluta.

FAQ

La domanda Did that make sense non suona debole a prescindere?

No. La percezione dipende dal contesto e dalla modalità. In molte situazioni funziona come una leva che sposta il focus dal controllo alla collaborazione. Se è usata come riempitivo perderà effetto. Se è usata come checkpoint diventa elemento di autorevolezza conversazionale.

Qual è un buon modo pratico per riformulare la domanda?

Prova a chiedere Cosa hai capito fino a qui oppure Quale parte ti sembra più confusa. Chiedere dettagli trasforma una domanda vaga in un invito allazione e riduce lambiguità del feedback ricevuto.

Ci sono contesti professionali in cui è meglio non usarla?

Sì. Nelle situazioni che richiedono decisione immediata e dove il tempo per il confronto non è disponibile, la domanda può rallentare il processo. Anche in contesti culturali dove il feedback pubblico è raro potrebbe generare imbarazzo. Valuta sempre il contesto e adatta la forma.

Come si impara a usarla senza sembrare artificiosi?

Allenandosi a palleggiare tra affermazione e controllo. Dopo aver spiegato fai una pausa reale, aspetta qualche secondo e poi chiedi. Evita il tono apologetico. Chiedere con calma e sincerità conta più delle parole esatte.

Può la domanda migliorare la leadership?

Sì quando è parte di una pratica abituale di ascolto. I leader che la usano con regolarità mostrano volontà di correggere rotta e favorire la responsabilità condivisa. È un piccolo gesto che ha effetto moltiplicatore sulla fiducia del team.

Quale errore evitare assolutamente quando la si usa?

Non usarla come difesa retorica dopo che hai monopolizzato la parola. Se la domanda suona come una scusa per aver parlato troppo avrai già perso l’effetto. Meglio annunciare il checkpoint prima e poi invitare il confronto.

Se ti va raccontami la prossima volta che la usi come test. Mi interessa vedere in quali microcontesti funziona davvero.

Author

  • Antonio Minichiello is a professional Italian chef with decades of experience in Michelin-starred restaurants, luxury hotels, and international fine dining kitchens.
    Born in Avellino, Italy, Antonio developed a passion for cooking at a young age, learning traditional Italian techniques from his family. He began formal culinary training at the age of 15 and has since built a career defined by discipline, craftsmanship, and a deep respect for authentic Italian cuisine.
    Throughout his career, Antonio has worked at prestigious establishments including:

    Hotel Eden – Dorchester Collection

    Four Seasons Hotel Prague

    Verandah at Four Seasons Hotel

    Marco Beach Ocean Resort

    His culinary work has earned significant recognition, including:

    Zagat’s #2 Best Italian Restaurant in Las Vegas

    Wine Spectator Best of Award of Excellence

    OpenTable Diners' Choice Awards

    Antonio specializes in authentic Italian cuisine with refined modern influences. His approach combines traditional foundations with efficiency, clarity of flavour, and professional techniques adapted for both restaurant and home kitchens.
    Today, Antonio shares his expertise through his personal platform and collaborations, offering:

    Authentic Italian recipes

    Practical kitchen techniques

    Ingredient knowledge and sourcing guidance

    Professional-level cooking methods simplified for home cooks

    He also contributes to Ristorante Pizzeria Dell'Ulivo, where his focus remains on maintaining authenticity while evolving with contemporary dining standards.
    Learn more:🌐 www.antoniominichiello.com🌐 https://www.takeachef.com/it-it/chef/antonio-romano2

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